Presenza,ascolto,cura...

Chi si prende cura di chi si prende cura?

Il lavoro invisibile delle famiglie, il peso della responsabilità e il valore di una comunità che non lascia soli.

Quando parliamo di assistenza a una persona anziana, concentriamo giustamente l'attenzione sui suoi bisogni: la salute, l'autonomia, la sicurezza, la possibilità di continuare a vivere nel proprio ambiente.

C'è però una domanda che troppo spesso rimane senza risposta: chi sostiene la persona che rende possibile tutto questo?

Dietro una giornata di assistenza ci sono appuntamenti da organizzare, farmaci da ritirare, pasti da preparare, decisioni da prendere. Ci sono telefonate durante l'orario di lavoro, preoccupazioni che non si interrompono la sera, imprevisti che cambiano i programmi.

Molto di questo lavoro rimane invisibile agli occhi della società. Eppure sostiene la vita quotidiana di moltissime persone.

La cura è un gesto di relazione. Ma quando viene affidata quasi interamente a una sola persona, può diventare anche una responsabilità difficile da sostenere.

Quando l'amore diventa un impegno senza orari

Nessuno decide necessariamente, da un giorno all'altro, di diventare caregiver familiare.

Spesso tutto comincia con piccoli aiuti: una visita medica, una commissione, una telefonata per risolvere un problema.

Poi le necessità aumentano e, quasi senza accorgersene, l'organizzazione della propria giornata inizia a ruotare intorno a quella di un'altra persona.

Questo cambiamento non riguarda soltanto il tempo disponibile. Può modificare il rapporto con il lavoro, con il partner, con i figli, con gli amici e perfino con la propria idea di sé.

Non è sempre la fatica fisica a pesare maggiormente. A volte è la sensazione di non potersi mai distrarre, perché tutto sembra dipendere dalla propria presenza.

È qui che una relazione di cura rischia di trasformarsi in una condizione di isolamento.

Familiari che condividono concretamente la responsabilità della cura

Il senso di colpa di chi vorrebbe fermarsi

Nelle famiglie esiste spesso un'aspettativa implicita: se vuoi bene a qualcuno, devi esserci sempre.

È una convinzione comprensibile, ma può diventare ingiusta.

Una figlia che desidera una serata libera non sta abbandonando sua madre. Un marito che ammette di avere bisogno di aiuto non sta tradendo la moglie. Un familiare che cerca un servizio di assistenza non sta necessariamente rinunciando alle proprie responsabilità.

Sta riconoscendo un limite umano.

Il problema nasce quando il bisogno di riposo viene interpretato come egoismo, oppure quando chi assiste teme di essere giudicato dagli altri.

La qualità della cura non dovrebbe essere misurata dalla quantità di sacrificio che una persona riesce a sopportare.

Dovrebbe essere valutata anche dalla sua sostenibilità nel tempo, dal rispetto della dignità di chi riceve assistenza e dalle condizioni in cui vive chi la presta.

Una responsabilità familiare che riguarda tutta la società

Per comprendere questo fenomeno dobbiamo superare l'idea che si tratti di un problema esclusivamente privato.

La nostra società si fonda anche su una vasta rete di solidarietà informale: familiari, amici e vicini che offrono aiuto, spesso senza riconoscimenti pubblici.

Le indagini ISTAT sulle reti di solidarietà documentano l'importanza degli aiuti tra persone e famiglie, mentre il dibattito istituzionale sul riconoscimento dei caregiver richiama l'attenzione sul valore sociale dell'assistenza informale.

Questi studi non raccontano da soli le storie individuali. Ci ricordano, però, che la cura non può essere considerata un fatto puramente domestico.

Quando i servizi sono difficili da conoscere, quando gli orari non coincidono con quelli delle famiglie, quando mancano persone con cui condividere le responsabilità, il carico si concentra su chi è più disponibile.

Non necessariamente su chi è più preparato o nelle condizioni migliori per sostenerlo. E questo carico, ancora oggi, ricade spesso sulle donne.

Le disuguaglianze nascoste dentro le famiglie

Non tutte le famiglie dispongono delle stesse possibilità.

C'è chi può contare su fratelli e sorelle, su un lavoro flessibile, su risorse economiche o su una rete di vicinato. E c'è chi deve affrontare le stesse necessità vivendo lontano dai servizi, lavorando su turni o non avendo nessuno con cui alternarsi.

Anche all'interno della stessa famiglia, la distribuzione degli impegni può essere molto diversa.

Una persona può diventare il riferimento principale semplicemente perché abita più vicino, è in pensione o viene considerata più portata a occuparsi degli altri.

Queste scelte, quando non vengono discusse apertamente, possono generare incomprensioni e risentimenti.

Per questo ritengo importante una domanda che spesso viene evitata:

Come stiamo distribuendo, concretamente, la responsabilità della cura?

Non basta dire «se hai bisogno, chiamami». Può essere molto più utile stabilire chi accompagna alle visite, chi si occupa delle pratiche, chi copre una giornata, chi cerca informazioni sui servizi disponibili.

La solidarietà familiare diventa più efficace quando smette di dipendere soltanto dalla buona volontà del momento.

Il ruolo dei servizi e delle comunità locali

Anche nelle Marche, come nel resto d'Italia, le famiglie possono rivolgersi ai servizi territoriali per conoscere le forme di sostegno disponibili.

Tra queste possono rientrare, secondo i requisiti previsti e le risorse disponibili, interventi di assistenza domiciliare, assegni di cura e servizi di sollievo.

Un primo passo concreto è contattare i servizi sociali del proprio Comune o l'Ambito Territoriale Sociale di riferimento.

Non tutte le risposte saranno immediate e non tutte le famiglie potranno accedere alle stesse misure.

Ma conoscere le possibilità esistenti è preferibile a dare per scontato di dover affrontare ogni difficoltà da soli.

Il sostegno, inoltre, non è soltanto economico. Può essere organizzativo, informativo, relazionale.

A volte è la presenza di qualcuno che permette a un familiare di assentarsi per qualche ora senza sentirsi in colpa.

È anche su questa capacità di costruire reti che si misura la qualità sociale di un territorio.

Prendersi cura anche delle relazioni

C'è un rischio che considero particolarmente doloroso: che la relazione tra due persone finisca per coincidere interamente con l'assistenza.

Una madre e una figlia possono smettere di conversare di ciò che le interessa, perché ogni incontro viene occupato da medicine, visite e necessità pratiche.

Due coniugi possono perdere gli spazi di complicità che avevano costruito negli anni, perché uno dei due diventa soprattutto il responsabile dell'organizzazione quotidiana.

Naturalmente, quando le condizioni di salute cambiano, anche le relazioni devono adattarsi.

La persona assistita non coincide con i suoi bisogni, così come il caregiver non coincide con i suoi doveri.

Conservare, quando possibile, piccoli momenti non dedicati alle incombenze significa difendere qualcosa di prezioso: il rapporto umano che esiste prima e oltre la cura.

Tre cambiamenti possibili

Credo che si possa cominciare da tre scelte semplici, pur sapendo che nessuna di esse risolve da sola le situazioni più complesse.

1

Riconoscere il lavoro invisibile

Chiedere a chi assiste come sta, e non soltanto come sta la persona assistita, cambia il centro della conversazione.

2

Trasformare la disponibilità in aiuto concreto

Un'ora concordata, un accompagnamento o una pratica condivisa possono essere più utili di molte rassicurazioni.

3

Considerare legittimo il bisogno di sollievo

Riposare, mantenere un interesse personale o chiedere collaborazione sono condizioni che rendono la cura più sostenibile.

Una comunità si riconosce anche da questo

Una società che invecchia non può chiedere alle famiglie di essere contemporaneamente affettuose, competenti, disponibili e inesauribili.

Deve imparare a riconoscere il valore di chi presta assistenza, a organizzare meglio le risposte e a creare occasioni di collaborazione tra servizi, istituzioni, associazioni e cittadini.

Non si tratta di sottrarre alla famiglia il suo ruolo. Si tratta di evitare che quel ruolo diventi solitudine.

Nel precedente approfondimento, «Prendersi cura non significa soltanto assistere», ho riflettuto sull'importanza di rispettare l'autonomia e la dignità della persona anziana.

A questa riflessione ne aggiungo oggi un'altra:

La dignità di chi riceve cura e quella di chi la offre non possono essere messe in competizione.

— Vinicio Morgoni

Prendersi cura davvero significa cercare condizioni di vita sostenibili per entrambi.

Perché una comunità non è fatta soltanto di persone che sanno aiutare. È fatta anche di persone che sanno accorgersi di chi, aiutando tutti, rischia di rimanere solo.

Vinicio Morgoni – Coordinatore Regionale ANLA Marche

Riferimenti per l'approfondimento

  • ISTAT — Indagini su aiuti informali e reti di solidarietà.
  • CNEL — Studi e approfondimenti sul valore sociale del caregiver familiare.
  • Regione Marche — Politiche per la non autosufficienza, assegni di cura e assistenza domiciliare.
  • Ambiti Territoriali Sociali delle Marche — Informazioni sui servizi locali e sulle modalità di accesso.
Vinicio Morgoni

Vinicio Morgoni

Coordinatore Regionale ANLA Marche

Rifletto sul rapporto tra persone, relazioni e contesti sociali, con particolare attenzione all'invecchiamento, all'autonomia e alle condizioni che rendono possibile una vita dignitosa e partecipata.

View